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Le Batterie allo Stato Solido

Da anni ne sentiamo parlare come della tecnologia definitiva che spazzerà via l’ansia da autonomia. Le batterie allo stato solido promettono di raddoppiare i chilometri percorribili e di ricaricarsi nel tempo di un caffè.

Oggi, nel 2026, la situazione è cambiata: non sono più solo slide di PowerPoint. I primi test su strada sono reali, le fabbriche pilota sono partite, ma la “rivoluzione di massa” ha una data diversa da quella che ci aspettavamo.

Cosa sono (in breve) e perché tutti le vogliono.

Se le attuali batterie al Litio sono come una “bibita in lattina” (con liquido infiammabile all’interno), le batterie allo stato solido sono come un “mattone”: l’elettrolita liquido è sostituito da un materiale solido (ceramico, vetro o polimero).

Questo cambio di stato porta vantaggi enormi:

  1. Sicurezza: l’elettrolita solido può migliorare la stabilità e ridurre alcuni rischi legati al thermal runaway rispetto alle celle con elettrolita liquido, anche se nessuna tecnologia è ‘a rischio zero’.
  2. Densità Energetica: A parità di peso, possono immagazzinare dal 30% fino all’80% in più di energia rispetto alle attuali batterie al litio (a seconda della chimica di confronto: LFP o NMC).
  3. Ricarica Flash: Supportano potenze di ricarica mostruose, con l’obiettivo (dichiarato da diversi attori) di ricariche molto più rapide, in alcuni casi nell’ordine di ~10 minuti per arrivare a quote elevate di carica, ma siamo ancora nella fase di sviluppo/validazione industriale.

A che punto siamo nel 2026:

Rispetto a qualche anno fa, oggi abbiamo dati certi. Ecco la situazione dei principali attori:

1. Nio e la batteria da 150 kWh.

Il costruttore cinese Nio ha prodotto in piccola serie una batteria semi-solida da 150 kWh che punta a circa 1.000 km secondo il ciclo cinese CLTC (con picchi dichiarati oltre 1.000 km), ma il dato dipende fortemente da ciclo e condizioni d’uso.

Il problema? Il costo era proibitivo: la sola batteria costava quanto un’intera auto (circa 39.000 euro). Nel 2024 è stata lanciata in produzione limitata attraverso il servizio Battery as a Service (BaaS), ma a novembre 2025 Nio ha sospeso la produzione per concentrarsi su soluzioni più economiche. Cosa ci insegna? La tecnologia funziona, ma il costo è ancora troppo alto per il mercato di massa.

2. Toyota e la produzione dal 2027:

Toyota, pioniera nello sviluppo delle batterie allo stato solido, ha ricevuto il via libera dal governo giapponese per avviare la produzione iniziale a partire dal 2026. Tuttavia, il lancio commerciale vero e proprio su strada è previsto tra il 2027 e il 2028, inizialmente su modelli Lexus di fascia premium. L’obiettivo è offrire 1.000-1.200 km di autonomia e ricariche in 10 minuti, ma per vedere questa tecnologia su auto accessibili dovremo attendere dopo il 2030, quando i volumi produttivi permetteranno di abbattere i costi.

3. Volkswagen e QuantumScape:

Nel 2024, PowerCo (divisione batterie di Volkswagen) ha confermato risultati straordinari sui test di QuantumScape: oltre 1.000 cicli di ricarica con degrado minimo (95% di capacità residua dopo 500.000+ km). A luglio 2024 è stato firmato un accordo di licenza che permetterà a PowerCo di produrre fino a 40 GWh/anno usando la tecnologia QuantumScape. Tuttavia, non sono state comunicate date ufficiali per l’integrazione su modelli consumer come Golf o ID.3. Le stime parlano di fine decennio, ma restano ancora generiche.

Perché l’Elettrico OGGI (2026) ha senso:

  1. Tecnologia al Litio (NCM e LFP) al Top: Le batterie attuali raggiungono tranquillamente i 450-500 km reali e si ricaricano molto velocemente.
  2. Crolli dei Prezzi: L’arrivo di nuove tecnologie ha reso le elettriche usate (2023-2025) incredibilmente convenienti. Oggi compri una Tesla Model 3 o una VW ID.3 usata a prezzi impensabili fino a due anni fa.
  3. Affidabilità: Le batterie LFP (Litio-Ferro-Fosfato), montate su molte auto attuali (Tesla, BYD, MG), sono praticamente indistruttibili e sicure, anche se meno dense del “solido”.

Il Futuro è Solido, il Presente è Liquido

Le batterie allo stato solido cambieranno il mondo, ma lo faranno gradualmente, partendo dalle supercar. Per la mobilità di tutti i giorni, le auto elettriche attuali hanno già raggiunto il punto di pareggio tra costo e prestazioni.

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IL RISCALDAMENTO CLIMATICO

( di Telmo Pievani — dal CORRIERE DELLA SERA )

Alluvioni, tempeste, siccità, fusione di ghiacciai, frane, ondate di calore, incendi, desertificazione: possibile che sia sempre colpa del riscaldamento climatico? La domanda sorge spontanea. La risposta è: sì, ma va spiegato in che modo. Intuitivamente, se c’è a livello globale più energia in circolo dobbiamo aspettarci un intensificarsi dei fenomeni atmosferici. Ma come «attribuire» la causa del singolo evento a una dinamica planetaria?

La scienza dell’attribuzione

Oggi parliamo sempre meno di crisi ambientale, la nostra attenzione è rivolta altrove, ma non per questo le leggi della fisica smettono di funzionare, e quindi dobbiamo attenderci che quegli eventi drammatici si presentino sempre più spesso. Se diciamo che «la frequenza e l’intensità dei fenomeni estremi aumentano in seguito al cambiamento climatico» non è come dire che «il singolo evento è stato causato direttamente dal cambiamento climatico». La distinzione tra una media (o una tendenza) e un evento puntiforme è sottile.

Proviamo ad affrontare il tema con un’analogia. Immaginate il più grande capocannoniere di una certa stagione calcistica, un Ronaldo per intenderci. La sua propensione al gol è altissima e sfiora la media di una marcatura a partita. Ora, il fatto che la media sia così alta è la causa del gol che ha segnato domenica scorsa in campionato? Non esattamente, perché quell’evento puntiforme accaduto in quella partita è stato causato – mettiamo – da una papera del portiere, da un assist geniale di un compagno, dalla difesa debole degli avversari, e così via. Quelle sono le cause prossime, puntiformi, specifiche dell’evento. Tuttavia, il fatto che un calciatore abbia una media di un gol a partita rende molto probabile che farà gol anche domenica prossima. Se per due giornate non segna e alla partita successiva fa una tripletta, la media è rispettata ugualmente. Quindi, un allenatore che incontra la squadra di quel giocatore farà bene a prendere adeguate contromisure tattiche.

Ora torniamo al clima. Alcuni commentatori, nel gennaio 2025, hanno per esempio affermato che gli incendi devastanti di Los Angeles non c’entravano nulla con la «religione del clima», essendo stati causati dai venti caldi, dai piromani, dai barbecue californiani e dalla rete elettrica difettosa. Ovviamente queste sono tutte possibili cause di innesco del singolo rogo, ma ciò non toglie che le condizioni al contorno in California (come in Canada, Australia, Siberia) siano oggi modificate dal riscaldamento climatico antropico al punto tale da rendere gli incendi più frequenti, più intensi e catastrofici. Come ha scritto John Vaillant documentando il terribile incendio del 2016 a Fort McMurray in Alberta e intervistando centinaia di esperti: «In tutta la storia del genere umano non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio».

Un pianeta più caldo: la nuova normalità

Dunque è sbagliato affermare che quell’evento estremo non ha nulla a che fare con il riscaldamento climatico. Gli studi statistici di attribuzione (come quelli del progetto World Weather Attribution diretto dalla scienziata del clima di Oxford Friederike Otto) negli ultimi vent’anni hanno raggiunto altissimi livelli di robustezza. Gli studiosi mettono insieme un’enorme mole di dati (i dati fisici e climatici di lungo periodo, lo storico dei dati meteo in una regione, i dati attuali, i dati sull’evento estremo accaduto, i dati sul territorio e sulla popolazione, mappature satellitari dopo il disastro, etc.) e simulano due mondi alternativi: uno in cui non esiste il riscaldamento climatico antropico e uno in cui esiste. Se si scopre che nel mondo senza riscaldamento climatico uno o più eventi estremi (un incendio colossale, un’ondata di calore abnorme, un’alluvione) sarebbero stati pressoché impossibili, mentre adesso si presentano con maggiore frequenza e intensità, allora significa che il riscaldamento climatico ha avuto un’incidenza nell’aumentarne la probabilità (che si può anche quantificare).

Insomma, nella nuova normalità di un pianeta più caldo di un grado e mezzo, ciò che prima era del tutto improbabile diventa possibile. Lo stesso vale per un’inondazione in Pakistan e per una siccità in Madagascar, ma qui la «scienza dell’attribuzione» diventa più complessa perché oltre alla media bisogna considerare anche l’esposizione e la vulnerabilità al rischio, che sono molto diverse da paese a paese. Come argomenta la stessa Friederike Otto in Ingiustizia climatica. Il riscaldamento globale ha smesso da tempo di essere una questione tecnica e scientifica (da almeno mezzo secolo sappiamo cosa sta accadendo al pianeta) ed è ormai un problema eminentemente politico e sociale.

Cosa ci dice la scienza del clima

L’aumento antropogenico dell’effetto serra si traduce infatti in «pericoli naturali« per le popolazioni umane, ma la dimensione naturale finisce qui: il resto è dato dal «grado di esposizione» a quel pericolo di ciascuna popolazione e dalla sua «vulnerabilità», cioè il grado di fragilità con cui affronta quel pericolo. Un evento naturale può colpire una regione ben attrezzata e fare pochi danni, o diventare devastante in un paese povero e malmesso. Chi è più fragile oggi nel mondo non può stipulare alcuna assicurazione contro i fenomeni atmosferici (i cui costi stanno lievitando, come previsto), vive in abitazioni di fortuna senza isolamento termico, non ha piani di informazione e prevenzione, non ha infrastrutture, non ha assistenza sociale né un servizio sanitario pubblico funzionante. Inoltre, i gruppi più vulnerabili, anche nei paesi ricchi, sono le persone anziane, i bambini, i malati di patologie pregresse, chi soffre di isolamento sociale, chi lavora a lungo all’aperto. Le ondate di calore colpiscono nel mondo molto di più i paesi poveri e, al loro interno, assai più le donne degli uomini.

Come sostiene l’attivista nigeriana Adenike Titilope Oladosu, citata da Otto: «Se l’Africa non è un luogo sicuro, allora neanche l’Europa lo è. Nessun luogo è sicuro». Quindi non esiste alcuna «religione del clima», ma una scienza del clima che ci sta dicendo verità scomode.

In sintesi, il nostro attuale comportamento collettivo è all’incirca questo: dobbiamo giocare contro Ronaldo, sappiamo quanto è forte, conosciamo la sua media di realizzazione, eppure gli mettiamo contro un difensore scarso, e quando segna diamo la colpa all’arbitro.

Quindi non esiste alcuna «religione del clima», ma una scienza del clima che ci sta dicendo verità scomode.